Presentazione

Questo spazio, amici lettori, è dedicato a voi.


Nato inizialmente per presentare al pubblico il mio primo romanzo, La signora del borgo
, il blog ha registrato subito le prime recensioni dei lettori e si è arricchito successivamente di molti altri argomenti che non erano soltanto quelli relativi ai temi trattati nel romanzo. Col trascorrere del tempo il blog si è caratterizzato sempre più come uno spazio multitematico, riempito soprattutto dai tantissimi commenti dei frequantatori, alcuni dei quali veri e propri fedelissimi, presenti sin dalla nascita del blog e tutt'ora attivi.

La pubblicazione del secondo romanzo, La fucina del diavolo, anch'esso edito per i tipi di Bastogi, insieme con le immancabili recensioni, ha ulteriormente alimentato i temi di discussione, accentuando il carattere del blog di volersi presentarsi come spazio aperto ma anche con uno stile proprio. Uno stile che lo ha contraddistinto sin dall'inizio e che, per certi versi, lo ha reso unico fra i tanti spazi interattivi presenti nel web: moderazione negli interventi e mantenimento del confronto sul piano delle opinioni.

Tutti coloro che vogliono far sentire la propria voce sono dunque i benvenuti e tutti devono sentirsi liberi di trattare gli argomenti che ritengono possano essere di interesse degli altri partecipanti alla vita del blog. Riservo a me stesso il ruolo di moderatore, ruolo che, per altro e fino a ora, non ha mai avuto motivo di andare oltre l'invito a tenersi nei limiti tracciati dagli stessi frequentatori.

Bene arrivati a tutti, dunque, e fatevi sentire.

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Spizzicando nella quotidianità

9 Settembre 2011 - Pensiero del giorno

La vita è come un aquilone, legato a un filo tenuto dalla mano infantile del fato.


17 febbraio 2012

Il pensiero va a Giordano Bruno, arso in Campo dei Fiori. Da allora si sono spente le fiamme del rogo, ma non quella della libera investigazione sulla natura dell'universo e dell'uomo.


14 marzo 2012

All'essere umano non è dato scegliere se essere o no intelligente, in compenso gli è dato scegliere se comportarsi da stupido.


7 Aprile 2012

Agli amici del blog i miei auguri per un rinnovamento radicale del loro Essere e che questa luna piena di Primavera faccia risorgere in loro, risplendente di nuova luce, la gioia per la Vita nel e per il Bene.

Le interviste a Ennio Valtergano

La Signora del borgo è stata ospite di Container, il programma culturale di Radiogoccioline, la radio web a diffusione globale.

Per riascoltare l'intervista trasmessa da Radiogoccioline clicca qui


Servizio TV sulla presentazione di Reggio Calabria del 28.12.2010

Per gli amici che lo desiderino, è possibile guardare il servizio sulla presentazione del 28.12.2010 a Reggio Calabria.

Il servizio, completo di intervista, è stato trasmesso da ReggioTV nel corso del Telegiornale del 29-12-2010 ore 14.

Per guardare il servizio, entrare nella Home Page di RTV e cercare, dopo aver cliccato nel riquadro "Guarda il telegiornale", il tg del 29-12-2010 ore 14. Servizio TV sulla presentazione di Reggio Calabria del 28.12.2010

Leggi l'intervista all'autore e la recensione al romanzo pubblicate l'8 marzo 2011 sulla rivista on-line Mondo Rosa Shokking , a cura di Carlotta Pistone

http://www.mondorosashokking.com/Morsi-Dal-Talento/Intervista-a-Ennio-Valtergano/


http://www.mondorosashokking.com/Dalla-Libreria-Rosa-Shokking/La-Signora-del-borgo-di-Ennio-Valtergano/


Una nuova intervista è stata pubblicata al link sottostante

http://www.ilpiacerediscrivere.it/intervista-ad-ennio-valtergano/



domenica 4 marzo 2012

Un simpatico quadretto tratto dal romanzo che ancora non c'è

 Per gli amici del blog ecco uno stralcio tratto dal nuovo romanzo. Si tratta di un simpatico quadretto nel quale i lettori troveranno un personaggio già noto e al quale spero si siano affezionati.

Sparviero era un uomo pratico.
Se ne stava seduto, anzi stravaccato sullo scanno, con la schiena appoggiata al muro, le gambe distese e le braccia ciondoloni, senza fare una piega: lui non aveva fretta.
Lasciò che il poveretto ingollasse il sorso di vino rimasto sul fondo e svuotasse il boccale fino all’ultima goccia. Adinolfi e Sua Grazia potevano aspettare: in fin dei conti, se quell’uomo si era rotto la schiena a cavallo, non lo aveva fatto per suo piacere e perciò aveva tutto il di­ritto di riprendere fiato. Lanciò uno sguardo al soriano che gli si stava strofinando contro gli stivali con la schiena inarcata e, a giudicare dalla sonorità delle fusa, satollo di soddisfazione. Considerò che quello era un animale fortunato: poteva godersi il calduccio fra le pareti della casa­matta e di tanto in tanto arraffare qualche avanzo lanciatogli dal perso­nale di guardia. Il pensiero non poté non volare a Gelinda: la donna detestava i gatti, tutti e senza eccezione per nessuno, e gli incauti che si azzardavano ad accostarsi all’uscio di casa venivano immancabilmente presi a scopate.
Dopo una frequentazione durata poco meno di un anno, per lo più portata avanti a colpi di sesso sfrenato, lui e Gelinda si erano decisi a compiere il gran passo, grazie anche alla dote generosa messa a dispo­sizione dal conte Roggero, testimonianza concreta della gratitudine del signore per quello che la giovane aveva fatto in occasione della vicenda di quasi tre anni prima. Adesso, lui e Gelinda vivevano nella stessa casa, quella di lei, posta appena fuori delle mura. A onor del vero, non tutti nella cittadella avevano accolto l’evento col sorriso sulle labbra, anzi. Pettegolezzi e lazzi erano partiti dai rappresentati di ambo i sessi, sep­pure con motivazioni divergenti.
Sul versante femminile, i motteggi più diffusi avevano preso di mira il passato recente di Gelinda. A questi si erano poi aggiunte le invettive acide di qualche pia donna che, non essendo più nel fiore degli anni, ben volentieri si sarebbe vista al posto di lei, anche se nel segreto delle proprie aspirazioni. Sul versante maschile, invece, più di un marito aveva digerito di mala voglia quelle nozze celebrate sotto tono e quasi di nascosto: col matrimonio di Gelinda si vedevano sprangare in via definitiva l’accesso alle scappatelle che, secondo un punto di vista del tutto personale, aggiungevano il giusto pizzico di sale al piatto sciapito della minestra quotidiana.
L’uomo si pulì l’angolo della bocca con l’estremità della manica e sostò con lo sguardo in direzione di Sparviero. L’espressione da rapace del capitano lo incuriosiva e intimoriva allo stesso tempo. D’un tratto si rese conto che l’ufficiale stava aspettando lui e accennò a un gesto di scusa.
– Così va molto meglio, grazie. Sono pronto e, se volete, potete accompagnarmi da messer Adinolfi.
Si alzò in maniera brusca, facendo ribaltare lo scanno che crollò sul pavimento con un tonfo. Il gatto schizzò di lato col pelo dritto e saettò soffiando verso la porta. Giovanni scoppiò in una risata divertita e spalancò l’uscio, liberando la via alla fuga del felino.
– Andiamo – esortò Sparviero afferrando il mantello di lana. – Giovanni, vieni anche tu.
Si avviarono di buon passo per le strade buie e maleodoranti della cittadella in direzione della piazza principale, il luogo dove sorgeva il palazzo del signore, ma anche quello nel quale si svolgevano gli eventi più importanti della vita sociale, incluse le esecuzioni capitali. Per fortuna l’allestimento della forca restava un avvenimento raro, grazie in primo luogo all’attività di prevenzione anticrimine esercitata con solerzia dagli uomini di capitan Sparviero.
Non un’anima viva incrociò il cammino dei tre uomini e le porte sprangate riproposero lo stesso messaggio consegnato ogni sera agli im­probabili passanti: la cittadella si richiudeva su sé stessa in attesa del­l’indomani, quando il sorgere del nuovo giorno avrebbe restituito ognuno alla propria occupazione e alle fatiche imposte dalla quotidiana sopravvivenza.

venerdì 17 febbraio 2012

Le fiamme dei roghi non possono bruciare le idee

Il giorno 17 febbraio 1600, quattrocentododici anni fa, in Campo dei Fiori veniva arso sul rogo Giordano Bruno. Il Nolano pagò con la vita il diritto ad avere una visione del mondo e della vita non omologa al pensiero dominante del tempo, quello dettato dalla Chiesa.
Dopo oltre quattrocento anni il pensiero del Nolano resta un esempio luminoso di coraggio e indipendenza intellettuale, espressione di un'anima libera dagli avvilenti legacci delle costrizioni dogmatiche.
'Arso, non confutato', Giordano Bruno testimonia la vittoria dell'intelligenza sull'ottusità, della fragranza della libertà delle idee sui miasmi della grettezza oscurantista.

giovedì 26 gennaio 2012

Un nuovo personaggio

Tenendo fede all'impegno assunto ieri sera con gli amici del blog, eccomi a parlare del nuovo romanzo. O meglio, eccomi a far parlare lui di sé stesso. Voglio presentarvi un personaggio nuovo che chi ha letto "La Signora del borgo" e poi "La fucina del diavolo" non ha ancora incontrato. Per essere sinceri, ero in dubbio se stralciare questo brano oppure farvene leggere un altro,  nel quale avreste trovato una figura di vecchia conoscenza, tratteggiata in modo tale evidenziarne, ancor più di quanto sia stato fatto ne "La fucina del diavolo", la natura volgare e gretta. Poi mi sono deciso per la novità ed eccovi perciò una gustosa anticipazione.
Buona lettura!

Monsignor Serpieri abbandonò il faldistorio sul quale era stato se­duto sino a un momento prima, apprezzando il tepore diffuso dal ca­mino. Purtroppo solo nelle immediate vicinanze, osservò il vescovo mentre si dirigeva verso il mobile dove custodiva i documenti impor­tanti. Aprì l’anta laterale e ne estrasse un plico all’apparenza simile ai tanti ammucchiati sul tavolo. La differenza stava tutta nel contenuto, oltre che nell’autorità del mittente.
Giovanni Serpieri rimirò il sigillo papale e non poté trattenere un moto d’orgoglio: era salito davvero in alto sulla scala ambita della gerar­chia ecclesiastica. L’ascesa, veloce e quasi esente da ostacoli, la doveva all’ambizione insaziabile che lo guidava fin dalla più giovane età. Certo, la brama di arrivare era stato il fattore determinante e di questo lui era consapevole, ma non poteva ignorare che a svolgere un ruolo decisivo erano stati anche gli appoggi della famiglia, una famiglia di antico rango e di spesso pelo che da diversi lustri aveva fatto dell’intrigo la ragione della propria vita. Il giovane Serpieri, rampollo promettente e sempre a proprio agio nel districarsi fra gli oscuri meandri della politica fatta di maldicenze opportunistiche e adulazioni interessate, aveva trovato, nel terreno corrotto e ipocrita di certa parte del clero, l’humus idoneo per piantarvi il seme dei propri sogni di grandezza e cogliere poi, piuttosto presto per la verità, il frutto maturo del potere rappresentato dal pasto­rale vescovile. Serpieri era giunto infatti alla porpora che aveva poco meno di trent’anni e adesso, a meno di quaranta e in odore di diventare cardinale, poteva vantare il prestigio che gli veniva dall’essere uno dei consiglieri più influenti del soglio pontificio e uomo di fiducia dello stesso papa. Non a caso Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI, aveva voluto che fosse lui a sostituire il precedente prelato che l’Onnipotente, nella sua infinita bontà, aveva voluto chiamare presso di sé.
Slanciato nella figura, anzi ossuto, magro come una faina e bruno come un corvo, monsignor Serpieri emanava un fascino inquietante, si­nistro a ben vedere, cui tuttavia si diceva non restasse insensibile un certo tipo di donne. Al riguardo non erano poche le voci, ovviamente sussurrate fra i pochissimi ammessi alla ristretta cerchia dei confidenti, che volevano Sua Eminenza piuttosto incline a godere dei piaceri del letto ogni qualvolta l’occasione offriva, oltre alla floridezza della carne, anche adeguate garanzie di discrezione.
 Monsignor Serpieri rilesse la missiva ricevuta il giorno stesso: proveniva direttamente da Roma, dalla segreteria vaticana. Nel documento, indirizzato a lui e agli altri vescovi dislocati nei territori della Chiesa, il pontefice chiedeva di investigare, con la dovuta riservatezza, sui titolari delle signorie collegate alle rispettive diocesi. L’obiettivo era espresso senza mezzi termini: verificare il grado di fedeltà dei signori, ma anche e soprattutto capire l’eventuale reazione loro laddove il papa avesse deciso un’azione tendente a drenare il potere frammentato fra i vari feudi, di nome posti al servizio del papato, ma di fatto tendenti a consolidare lustro e ricchezza delle famiglie titolari. Lo scopo ultimo del papa, sebbene questo non fosse dichiarato in modo esplicito, non era impossibile da immaginare: se fosse andato in porto il progetto legato al viaggio in Francia di Cesare Borgia, ben presto e per il gioco della potente alleanza che ne sarebbe scaturita, vi sarebbero state le condizioni per dare il via a un’operazione militare di largo respiro, magari condotta dallo stesso figlio del papa e mirante a concentrare il governo dei territori della Chiesa nelle mani di un solo uomo. Tanto meglio se, in prospettiva, la monarchia che di fatto sarebbe andata a costituirsi avesse acquisito poi carattere ereditario.
Il vescovo ripiegò il plico che ripose al proprio posto. Una richiesta inoltrata dagli uffici vaticani, si disse, imponeva solerzia. Decise perciò che vi avrebbe dato seguito immediato. Afferrò il campanellino dal tavolo e prese a scuoterlo con veemenza.

venerdì 23 dicembre 2011

AUGURI!

Agli amici tutti e ai sostenitori del blog l'augurio più caro, mio e della mia famiglia, di trascorrere in serenità le Festività che si stanno affacciando alle nostre case. Grazie a tutti per il sostegno che avete dato al blog e all'ospite e grazie per la vostra partecipazione, sempre attenta e sempre attesa.

sabato 5 novembre 2011

Uomini e Istituzioni

In questo uggioso pomeriggio di pioggia insistente, saltellando qua e là tra il tanto materiale depositato sul mio pc, mi sono ritrovato a ripercorrere i commenti che alimentarono e vivacizzarono il dialogo del blog già al suo debutto in rete. L’attenzione si è soffermata su un commento piuttosto pepato, risalente a due anni fa, e in particolare su una considerazione che ha poi dato spunto alle riflessioni che mi piacerebbe condividere con gli amici che seguono le mie avventure letterarie – e non solo con loro.
La considerazione è la seguente:

“…ma voglio far notare al titolare come ai frequentatori di questo blog […] che i tanti meriti della Chiesa sorpassano - e di molto - gli errori umani compiuti dai suoi appartenenti nel corso della storia.”

Premetto subito che non intendo entrare nel merito dell’osservazione, anche perché sono convinto che sul piano dell’analisi storica abbia assai poco senso verificare che il bilancio in questione si chiuda con una voce preceduta dal segno + invece che dal segno –. Allo storico che voglia studiare con atteggiamento scientifico, con l’intento di analizzare per comprendere e non per giudicare, devono interessare i fatti, le cause che li hanno prodotti, le loro dinamiche e le conseguenze indotte. Dunque, a un simile approccio mal si addicono i giudizi e gli eventuali pregiudizi, positivi o negativi che siano. Ovviamente, trattandosi di fatti attinenti alla storia dell’umanità, concorderete con me che questi stessi fatti vadano ricondotti ai comportamenti umani e alle idee che ne sono state matrice.
Ora, nella frase sopra riportata, sono stato catturato, più che dalla considerazione espressa, da una questione di metodo, per la quale si sarebbe portati a separare nettamente l’istituzione (nella fattispecie la Chiesa) dai propri appartenenti.
Questo tipo di atteggiamento non è sporadico e ricorre ogni qualvolta ci si trova di fronte a qualcosa che non si riesce a metabolizzare, tanto sul piano storico quanto su quello ideologico. In questi casi, la conclusione è sempre la stessa: gli errori sono umani, mentre i meriti sono dell’istituzione che diventa così una sorta di identità avulsa dagli uomini, dalle loro miserie (purtroppo frequenti) e dalle loro grandezze (purtroppo rare). I sociologi direbbero, con una brutta espressione, che si tende a “reificare”, cioè a rendere “cosa” (res) concreta ciò che altrimenti resterebbe astratto e semmai ideale. Non sarebbe più semplice e metodologicamente corretto attribuire invece agli esseri umani tanto gli errori quanto i meriti?
Una istituzione, di qualunque istituzione si tratti, ha in generale un fondamento ideale, quasi sempre trasfuso in essa dal suo o dai suoi fondatori ma poi, nel corso della propria vita, si veste di storia reale, fatta dalle azioni, dalle prese di posizione e spesso dalle responsabilità, contingenti e storiche, di coloro che la attraversano nel tempo. Perciò diventa ingiustificato, oltre che improduttivo, il tentativo di separare l’una dagli altri e viceversa. Le istituzioni non agiscono mai da sole ma sempre attraverso gli uomini che se ne fanno portavoce, sia nel dar luogo ad atti meritori, sia nel perpetrare le più scellerate nefandezze.
Nel caso della Chiesa, citato dalla nostra commentatrice, il tentativo di separare il fondamento ideale dal processo di storicizzazione, quando non è compiuto con intenti mistificatori, trova la sua origine nella visione mistica che vuole l’istituzione come emanazione diretta del volere divino (solo di sfuggita vorrei far notare che di tale volere si sono sempre fatti interpreti e tramiti degli esseri umani, con tutto il loro corredo di vizi e virtù, a seconda dei casi).
A mio modesto avviso, questo modo di vedere, che non esiterei a definire schizoide, trova il suo corrispondente nella scissione operata a suo tempo tra la dimensione umana e la supposta dimensione ultraterrena, soggette rispettivamente all’azione destabilizzante del demonio e a quella imperscrutabile dell’Onnipotente. E così, fra i due principi contrapposti, l’uno personificante il Bene assoluto e l’altro il Male, anch’esso assoluto, l’essere umano si trovò collocato nel bel mezzo dell’eterna dialettica, col proprio libero arbitrio, ma quest’ultimo molto relativo. Relativo ai tempi, alla morale, alla ragion di stato e così via.
Purtroppo, pare proprio che l’abitudine a separare le istituzioni dagli esseri umani non sia stata abbandonata. Lo vediamo ancora oggi in molti degli esempi che cadono quotidianamente sotto i nostri occhi: gli errori sono originati da schegge deviate, ovvero da indegni e corrotti rappresentanti di consessi che altrimenti – e talvolta per definizione – sarebbero avulsi da ogni umana debolezza.
Per indole, non sono portato a cercare altrove, se non nella propria natura e nella propria storia, il seme di ogni aberrazione come di ogni slancio nobile. Forse è anche per questo che i personaggi dei miei romanzi sono in primo piano, mentre le istituzioni fanno appena da sfondo. Ed è anche per questo che non possono fuggire dalla responsabilità conseguente alle scelte che compiono.
Sono esseri umani e non paraventi di artefatti ideologici.

mercoledì 7 settembre 2011

Il cinema italiano d'autore ritorna per la penna di Valtergano

Per gli amici del blog, riporto la recensione sottostante, scovata sul sito http://www.ciao.it/

La fucina del diavolo" di Ennio Valtergano. Avvincente quanto una giornata a Gardaland e impeccabilmente storico quanto un libro di Umberto Eco. C'è l'amore e il giallo alla tenente Colombo, c'è l'erotismo mai volgare e l'abilità cinematografica dei film di Charlie Chaplin che restituisce spaccati di quotidiano ancora attuali. Presi dall'incalzare di un'avventura costruita ancora con la tecnica del contrappunto, come ne "La Signora del borgo", si corre il rischio di non notare la fluidità narrativa e la vivacità di ambienti e paesaggi realisticamente restituiti. Le emozioni e i sentimenti sono degni della miglior recitazione teatrale, con un verismo che meriterebbe di sostare sulla pagina, resistendo all'impulso prorompente di sapere come andrà a finire... Giselle si è fatta donna, ma guarda oltre l'amore di un uomo. Adinolfi pare costruito con l'acciaio dei suoi occhi grigi, ma in fondo si comporta come il soldato di una Legge sovrumana. L'efferatezza di chi ha detenuto e perso il potere tocca punte che nulla invidiano alla cronaca più nera. Il fulgore della speranza e della tenacia, che spesso appaiono inutili e perdenti, è coperto da un velo degno della nebbia londinese... Ma siamo fra Bologna, Forlì e il Montefeltro, in un XVI secolo appena embrionale cullato da scienza e religione e proteso alla ricerca dell'uomo.

Dopo l'affresco del primo libro, questo quadro vivente dell'Italia-che-fu merita le ore che Valtergano ci regala e, sicuramente, un posto in biblioteca.

martedì 30 agosto 2011

A proposito di notorietà

Rispondo con questo post a chi, con molta franchezza, mi fa osservare che sono poco noto e che non faccio abbastanza per esserlo di più.

Premetto che sono dell’idea che, in questo mondo, di gente pronta a farsi sentire ve ne sia già troppa e davvero non sento il bisogno di aggiungere la mia alle voci urlanti nel bailamme dell'esibizionismo sfrenato. Neppure tendo a disperarmi, come qualche amico del blog appare propenso a credere, ma prendo atto dello stato di cose attuali. Come si può notare - e questo blog ne è un esempio - ricorro anch'io ai mezzi offerti dalle moderne tecnologie solo che, in luogo di utilizzarli come megafono per amplificare la mia sola voce, cerco di impiegarli in una maniera che a me pare più utile, ossia circoscrivendo attraverso questi stessi mezzi degli spazi di confronto, di dialogo e di libero scambio di opinioni. D'altra parte, anche la mia partecipazione a qualcuno dei social network oggi imperanti nel web risponde al medesimo criterio e, a ben vedere, i miei stessi romanzi si pongono e si propongono come stimolo alla riflessione del lettore più che come prodotti destinati ad essere consumati nel volgere di qualche ora per essere gettati subito dopo.
Mi rendo perfettamente conto di quanto oggi valga l'equivalenza notorietà = vendita sicura = danaro, la quale equivalenza ha indubbiamente una sua validità, se non fosse che alla base della stessa vi è una domanda cruciale: quanto occorre spendere del tempo della propria vita – e non solo di quello - per raggiungere il livello di notorietà adeguato all'innesco efficace degli altri due fattori restanti? Sempre che sia poi questo l'obiettivo vero dell'intera faccenda.
Intendiamoci, non voglio apparire né scrivere come "un figo" e mi piace essere altrettanto franco con gli amici del blog. Comincio perciò dall’età.
Riguardo a questa, non sono convinto che la stessa rappresenti un elemento condizionante in assoluto: ho superato da poco i sessanta ma resto fermo nell'ostinazione che il cervello risponda a meccanismi diversi rispetto al resto dell'organismo biologico. E neppure penso che a influenzare il modo di scrivere sia il tipo di studi fatti, i quali, per altro, si estendono su un ventaglio piuttosto ampio che va da quelli tecnico-scientifici a quelli umanistici (non mi si fraintenda, la relativa ampiezza del ventaglio dipende unicamente dalla quantità di tempo vissuto: ci deve pur essere qualche vantaggio all’età che avanza!). Semmai, bisogna dire che spesso il modo di scrivere risponde a scelte volute, alla cui base sta l'obiettivo del quale si parlava prima. Inutile negarlo, ma vi è chi scrive con l’intento preciso di raggiungere il bacino più largo possibile in modo da vendere il maggior numero di copie possibile. Ora, allargare il bacino di utenza significa necessariamente avere come riferimento un target culturale che si diversifica in modo proporzionale all’estensione del bacino dei lettori e a questo corrispondono spesso gusti e pretese che male incontrano rigore e ricchezza espressiva. Accade allora che per incontrare i gusti dei più si tende talvolta a sacrificare qualcosa in nome di una semplificazione necessaria e in linea con le tendenze di mercato. In altri termini, si scrive quello che si pensa si venda meglio.
Io per parte mia, preferisco scrivere come so scrivere e come ritengo che valga la pena di scrivere, in primo luogo per il rispetto che devo al tempo della mia vita e soprattutto per quello che devo al tempo di chi mi legge. Del resto, anche questa posizione, che potrebbe forse apparire un tantino rigida, risponde a una considerazione di fondo: siamo tutti destinati a morire e non credo che giungere al momento estremo con un po’ di notorietà in più o in meno, o con qualche centinaia o migliaia di euro in più o in meno faccia la differenza. Vorrei credere, nell’ingenuità dei miei appena sessanta anni (e qualcuno di più), che il modo in cui si spende la propria vita, e perciò il significato che le si attribuisce, quello sì che fa la differenza vera.

O no?

martedì 7 giugno 2011

La fucina del diavolo - Il testo della Quarta di copertina

26 gennaio 1496. Nel cielo terso del Montefeltro si assiste a un fenomeno prodigioso: in pieno giorno la volta celeste è solcata da misteriose scie luminose precedute da una dozzina di boati, in­spiegabili data l’assenza di nuvole. Qualche tempo dopo la gente della Valdinoce raccoglie alcuni sassi dall’aspetto insolito che, nell’immaginazione popolare, paiono scaturiti dalla fucina del diavolo. Su di essi si concentra l’attenzione di un manipolo di studiosi aderenti a un’organizzazione clandestina facente capo a Cornelio Adinolfi e alla quale non è estranea Eliside, enigmatica figura di donna nota ai più come la Signora del borgo. L’idea è che le misteriose pietre cadute dal cielo possano gettare nuova luce sulla natura dell’universo, una luce che spazzerebbe vie le vecchie idee ancorate al sistema di pensiero aristotelico e incardi­nate nella concezione biblica del mondo.
Nel tentativo di recuperare i reperti di Valdinoce si inserisce un bieco disegno di vendetta e i misteriosi sassi diventano cataliz­zatori dei sentimenti più disparati, dal tradimento al senso dell’onore, dalla turpitudine all’abnegazione.
La vicenda è il seguito naturale di quella narrata in La Signora del borgo e anche qui, come già nel primo romanzo di Ennio Valtergano, il lettore resterà preso e affascinato dalla straordinaria figura di Giselle e dalla sua dimensione di donna senza tempo.

martedì 15 marzo 2011

LA FUCINA DEL DIAVOLO - Prologo

       La sagoma tozza e tondeggiante si disegnò per un breve momento sul selciato sudicio e maleodorante del vicolo: la luna piena, luminosissima nel cielo terso di gennaio, ne aveva proiettata l’ombra staccandola dall’oscurità informe e protettiva del muro. L’uomo maledisse in cuor suo l’astro notturno e si ritrasse rapido come un ratto, appiattendosi quanto più poteva a ridosso della parete tirata su con blocchi di pietra arenaria a mala pena smussati. C’era mancato poco che la sua presenza non fosse notata dalla ronda, ma per fortuna gli armigeri tirarono innanzi senza accorgersi di nulla. Immobile, i nervi tesi, li udì proseguire con passo malamente cadenzato e reso incerto dai boccali di vino tracannati appena prima di cominciare il giro di ispezione. Ci sarebbe voluto ben altro, pensò lui, per difendersi dai rigori delle notti di gennaio... Con l’eco delle voci e delle risate sguaiate si allontanò anche il tanfo dolciastro diffuso dagli aliti avvinazzati. Ancora più guardinga e circospetta, la figura avvolta nel mantello logoro e scolorito valutò la distanza da coprire fino alla meta: il piccolo edificio fatiscente prospiciente le mura perimetrali di settentrione. Quello adiacente al macello.
       L’uomo era riuscito a penetrare all’interno della cittadella poco prima della chiusura delle porte, allo scoccare della dodicesima ora. Vestito come un mendicante, il cranio pelato nascosto sotto l’ampio cappuccio, era passato sotto lo sguardo degli uomini di guardia al seguito di un mercante di pellami e cuoio e del carro stracolmo di mercanzie. Per maggior precauzione aveva finto di claudicare vistosamente, procedendo con andatura malsicura e appoggiandosi con entrambe le mani al bastone bitorzoluto, costellato di nodi per quasi l’intera lunghezza. Il mercante gli aveva assicurato la propria complicità in cambio di due fiorini d’argento: nel caso ci fossero state noie da parte delle guardie, avrebbe detto che il povero disgraziato al seguito era un aiutante occasionale cui ricorreva quando aveva da trasferire un carico particolarmente ingombrante. Ma anche in quel caso la sorte non si era mostrata avversa: di là di qualche sguardo sprezzante e di un paio di ghigni beffardi, nessuno degli armigeri aveva mostrato interesse più di tanto e, soprattutto, nessuno lo aveva riconosciuto. Superato quel primo ostacolo, aveva atteso la complicità delle ombre della sera, evitando accuratamente i luoghi frequentati. Non aveva dovuto aspettare troppo: d’inverno faceva buio presto.
       L’uomo stette in ascolto ancora per un istante. Rassicurato dal silenzio, si guardò un’ultima volta intorno, senza dimenticare le finestre che davano sul vicolo: le imposte erano tutte serrate e dall’interno non filtrava neppure un barlume di luce. Si fece coraggio e si lanciò di corsa per il budello tenendosi radente al muro. Un attimo dopo la sagoma era scomparsa oltre la svolta, inghiottita dalle tenebre della notte.
      
       I colpi alla porta la sorpresero mentre si accingeva a infilarsi sotto la pesante coltre di lana grezza. Non aveva ancora spento la lampada. Si batté un colpo sulle natiche voluminose e flaccide biascicando oscenità irripetibili all’indirizzo dell’intruso: chi mai poteva essere in un’ora tanto insolita? Che lei ricordasse, non aspettava nessuno. Men che mai immaginava che qualcuno potesse avere bisogno di lei. Diffidenza e timore le suggerirono di stare in guardia. Afferrò la lampada e si diresse verso la porta che dava sulla rampa di accesso allo scantinato. Appoggiò l’orecchio in corrispondenza della fessura tra porta e battente.
       – Chi è? – chiese con voce roca e sgraziata. – Che diavolo volete a quest’ora?
       – Apri – fu la risposta dall’altra parte dell’uscio. – Ho bisogno di parlarti… Non te ne pentirai.
       La donna riconobbe la voce all’istante. No, non poteva essere che fosse proprio lui, si disse incredula. Ci mise un momento per riprendersi dalla sorpresa e, tenendo la lampada sollevata al di sopra del capo, aprì quel tanto da poter sbirciare di traverso.
       – Voi qui? – sussurrò sgranando gli occhi. – Ma non dovevate…
       – Sta’ zitta e lasciami entrare – ribatté l'altro. – Per te ci saranno queste, se avrai la bontà di ascoltarmi.
       Mentre parlava a voce bassa, infilò la mano nella striscia di spazio tra lo stipite e la porta, scuotendo il minuscolo sacchetto rigonfio: ne sortì un tintinnio promettente. L’espressione di avidità sul volto della donna accompagnò il cigolio della porta dischiusa con circospezione, mentre gli occhi esploravano la sommità della scala alla luce fioca e incerta del lucignolo alimentato con sego. Rassicurata, richiuse l’uscio alle spalle dell’uomo che nel frattempo si era intrufolato nel locale squallido e freddo. Il visitatore inatteso fece scivolare via il cappuccio dalla testa e per un momento squadrò con aria sorniona la donna dall’aspetto di megera.
       – Di’ la verità: non ti aspettavi di vedermi, vecchia strega… non è così?
       Lei era senza parole. Reggendo la lampada a mezz’altezza fissò la figura che aveva di fronte con stupore misto a preoccupazione: no, decisamente era l’ultima persona che avrebbe immaginato di vedere.
L’altro non attese risposta. Si avvicinò a quel che restava del tavolo tarlato e vi gettò sopra il sacchetto aperto. Parte del contenuto rotolò per la superficie irregolare, diffondendo nella penombra il suono argentino prodotto dalle monete mentre si urtarvano l’un l’altra prima di arrestarsi del tutto.
       – Questi sono per te. Ma stavolta dovrai servirmi bene. Contali. Sono trenta fiorini d’argento.
       Lo sguardo della donna rimase sospettoso ancora per un istante. Poi l’avidità prese il sopravvento e la vista dell’inopinata dovizia le fece abbandonare ogni diffidenza. Si catapultò verso il tavolo avvicinando al denaro la luce tremolante della lampada.
       – Qualunque cosa dovrò fare, questa volta sarà fatta bene… potete contarci.
       Si piegò in avanti di scatto: le dita afferrarono le monete una dopo l’altra, in rapida successione.
       – Sì, ci conto – ribatté l’uomo alle sue spalle.
       Si mosse veloce come un gatto, a dispetto della corporatura goffa e abbondante. La mano sinistra si posò sulla bocca della donna e, con uno scatto repentino, l’uomo tirò a sé la testa della malcapitata impedendole di urlare. Per un attimo, avvertendo il corpo di lui a stretto contatto con la parte bassa della schiena, la donna pensò a un impeto improvviso di lussuria: che diavolo, si disse, avrebbe potuto chiederglielo in altro modo! Lei sarebbe stata ben contenta di assecondarne le voglie se solo…
       La lama, fredda, inesorabile, le si conficcò all’altezza del cuore. Il gemito soffocato inumidì la mano del carnefice che non abbandonò la presa fino a quando il corpo non si afflosciò senza vita.
       Con la freddezza del sicario incallito, il misterioso individuo ripulì il pugnale e la mano grondanti di sangue strofinandoli più volte sulla veste della vittima. Raccolse dal tavolo le monete, le ripose nel sacchetto e uscì, avendo cura di richiudere la porta alle proprie spalle. Si infilò per la rampa e, una volta all’aperto, si guardò intorno: nessuno. Il puzzo delle frattaglie in putrefazione proveniente dall’interno del macello lo afferrò alle narici. L’uomo si coprì bocca e naso con un lembo del mantello e si portò dalla parte opposta del vicolo. Bene, rifletté tra sé e sé, il cadavere della donna non sarebbe stato scoperto tanto presto: la temperatura gelida del tugurio ne avrebbe rallentato la decomposizione e, in ogni caso, il fetore proveniente dallo scantinato si sarebbe confuso per qualche tempo con quello che ristagnava ogni giorno nei dintorni. Dunque, non vi era motivo di agire con precipitazione e rischiare di commettere qualche imprudenza per la fretta: avrebbe avuto il tempo necessario per lasciare la cittadella in tutta tranquillità.
       La luna illuminò per un istante la faccia dell’uomo: l’espressione, feroce e soddisfatta, era tutta condensata nella piega del ghigno sinistro stampato sul volto.
      
       Il paesaggio attorno a lui gli era del tutto sconosciuto. Per evitare di correre rischi e fare incontri indesiderati aveva preferito tenersi lontano dalle vie di comunicazione frequentate normalmente dai viandanti e si era addentrato nelle contrade del Montefeltro percorrendo sentieri poco battuti. Si guardò in giro alla ricerca di qualche riferimento utile all’orientamento: era trascorso ormai un bel pezzo da che aveva preso a costeggiare il torrente Voltre in direzione di Forlì e dunque doveva essersi spinto per un buon tratto nella Valdinoce. Arrestò il cavallo per poter osservare meglio i dintorni, mentre lo sbruffo dell’animale si condensava in una nuvoletta grigiastra. Nonostante il mezzogiorno non fosse trascorso da molto, considerò con disappunto il cavaliere, faceva decisamente freddo e l’umidità del luogo gli stava penetrando sin dentro le ossa. L’uomo si avvolse ancor più nel mantello e diede sfogo al proprio malumore mormorando un’imprecazione a denti stretti.
       Aveva lasciato la cittadella al tramonto di tre giorni prima. Uscirne era stato meno difficile di quanto temesse: mescolatosi al nugolo di mendicanti costretti ad abbandonare il perimetro delle mura prima che fossero chiuse le porte, aveva potuto oltrepassare il corpo di guardia senza difficoltà, confuso al manipolo sudicio e lamentoso dei derelitti che, come d’abitudine, si riversava ogni mattina nelle vie della cittadella per poi abbandonarle, al termine della questua, all’approssimarsi della dodicesima ora. Liberatosi degli stracci usati per il travestimento, a sera inoltrata e dopo una scarpinata di circa tre ore, aveva raggiunto la locanda presso la quale aveva lasciato in custodia la propria cavalcatura. Con questa, ai primi chiarori del mattino successivo, aveva ripreso la strada alla volta di Bologna.
       Al comando del proprio cavaliere, il baio riprese l’andatura regolare e la tenne per un buon tratto sino a quando, d’improvviso, si impuntò e per poco non fece perdere l’equilibrio a chi gli stava in groppa. Lui, assorto nei propri pensieri, non si aspettava una manovra tanto brusca e riuscì a stento a restare in sella. Insensibile ai colpi di sperone, il cavallo non volle saperne di rimettersi in movimento: le zampe anteriori irrigidite, se ne stava immobile come se avvertisse un pericolo imminente.
       Il comportamento insolito della bestia fu seguito quasi subito da un fatto ancora più insolito: una serie di boati squarciò l’aria in rapida successione. Si sarebbero detti dei tuoni, se non fosse stato che il cielo era completamente terso. Istintivamente l’uomo alzò il capo per guardare in alto e proprio in quel momento la volta celeste parve attraversata da bolidi di un bagliore accecante nonostante fosse pieno giorno. Il cavaliere rimase sbigottito, intimorito per la stranezza dell’evento. Che non si fosse trattato di uno scherzo dell’immaginazione, tradita dalla stanchezza e dalla tensione legata all’omicidio commesso tre notti avanti, lo testimoniavano le misteriose scie biancastre ancora visibili sopra la propria testa.
       Fu assalito da un senso di cupa inquietudine e restò immobile, incerto sul da farsi. Ben presto, l’inquietudine prese la forma di una domanda densa di angoscia: che quel segno prodigioso fosse da interpretare come un presagio sinistro?
       Lo smarrimento che ne seguì durò lo spazio di un istante: ma no, lui non era il tipo di persona da dare corpo a simili superstizioni. E poi non poteva lasciarsi distogliere dalla propria vendetta.
       Quella vendetta che, covata per quasi due anni, aveva avuto finalmente inizio.

sabato 29 gennaio 2011

Una innocente iniziativa promozionale per gli amici del blog

Nel ringraziare gli amici del blog per la simpatia mostrata sino a oggi nei confronti di questo modesto spazio virtuale, mi piace comunicarvi, sempre che non l'abbia già fatto, che è andata a compimento la revisione del secondo romanzo, ove si racconta il seguito delle vicende narrate nel primo. Il titolo lo lascio ancora per un po' avvolto nel mistero; posso solo dire che richiama un tantino gli interessi più volte manifestati dall'amico Milascolano e si riferisce a un evento accaduto nel Montefeltro il 26 gennaio del 1496.
A voi il compito di individuare di quale evento si tratti e da questo immaginare il possibile titolo. I primi dieci che dovessero "azzeccare" il titolo esatto riceveranno una copia del romanzo una volta pubblicato.
L'iniziativa avrà termine allorché almeno dieci visitatori avranno indicato il titolo giusto, che solo a quel punto verrà comunicato a tutti.
Per la determinazione dei primi dieci farà fede l'ordine di pubblicazione (giorno, ora e minuti) del titolo nel blog.

Buona fortuna!

lunedì 10 gennaio 2011

Articolo su "Calabria ora" del 31 dicembre 2010

Ancora una recensione per gli amici del blog. L'articolo è del 31 dicembre 2010, pubblicato su "Calabria ora" e a firma del giornalista Marco Comandè.

domenica 9 gennaio 2011

Articolo di Roberta Pino su "Il Quotidiano" di Reggio Calabria del 29.12.2010

Riporto, per gli amici del blog, l'articolo della giornalista Roberta Pino, de "Il Quotidiano" di Reggio Calabria, che ha fatto seguito all'intervista all'autore avvenuta nel corso della presentazione del romanzo presso la Biblioteca "Pietro De Nava" del 28 dicembre scorso. L'evento è stato ospitato dall'Associazione Culturale Anassilaos. Moderatore è stato il Presidente Dott. Stefano Iorfida; relatrice e presentatrice del volume la Prof. Francesca Neri.

Recensione su "il Lucano magazine" N°72 dicembre 2010

Cliccare sull'immagine per ingrandire; per ingrandire ulteriormente cliccare di nuovo

venerdì 29 ottobre 2010

Presentazione di Maria De Carlo all'evento di Potenza del 15 ottobre 2010

Cari amici,
propongo alla vostra attenzione la nota introduttiva alla presentazione de "La Signora del borgo", scritta da Maria De Carlo in occasione dell'evento di Potenza del 15-10 u.s.
Buona lettura!

“Quando in un libro una frase, una parola, ti riporta ad altre immagini, ad altri ricordi, provocando circuiti fantastici, allora, solo allora, risplende il valore di un testo. Al pari di un quadro, scultura o monumento quel testo ti arricchisce non solo nell'immediato, ma ti muta nell'essenza”. Faccio mie queste parole di Giulio Einaudi per descrivere il romanzo di Ennio Valtergano “La Signora del borgo”.
Per essere questo il suo primo romanzo Valtergano ha raggiunto le vette più alte della narrazione poiché ha fatto sì che il lettore - e porto la mia testimonianza - quasi per magia (quella stessa semmai che aleggia nel romanzo) è entrato in quella storia come personaggio invisibile che attraversa i luoghi dei protagonisti e con loro vive le vicende e la stessa ansia o attesa del nuovo!
Grazie a Ennio Valtergano e alla sua “...Signora del borgo” ho fatto un viaggio e come tutti i viaggi si ritorna a casa arricchiti e per la conoscenza, e per la bellezza dei luoghi ma soprattutto si torna cambiati poiché lo spirito si apre a nuove dimensioni lasciando che avvenga un mutamento. Forse perché insieme ai personaggi assistiamo alla loro inquietudine e al percorso che li porta al cambiamento.
Il luogo dove è ambientato il racconto non è di fantasia. E anche i personaggi citati rimandano a una storia e a un passato. Ennio Valtergano ha respirato la storia e la terra dove vive. E' parte integrante. Si è lasciato emozionare da quei posti al punto da farsi assorbire!
Romanzo variopinto, dalle mille sfaccettature, una trama nella trama con ordite trame....e non è il mio solo un gioco di parole! Vedrete dalla lettura!!!
Richiamo solo alcune suggestioni.
Il romanzo di Ennio Valtergano è “magico” per le sue pagine di poesia o di descrizione suggestiva come si legge a pag. 195: “L'abbondante nevicata aveva disteso con equanime uniformità il manto soffice e ovattato, il cui bianco abbacinante si diffondeva a perdita d'occhio. Soltanto all'estremo limite dell'orizzonte il candore si trasformava nel grigio perlaceo di una tenue foschia, raccordandosi a quello più intenso e compatto del cielo ancora carico di neve”. Una descrizione che alimenta l'immaginazione con la percezione di colori o profumi. E’ un romanzo che invita alla meditazione attraverso l'introspezione psicologica dei personaggi, e anche della storia - se si pensano alle pagine dell'Inquisizione e ad alcuni personaggi del periodo rinascimentale -.
Il romanzo “La Signora del borgo” appassiona, crea una suspence non inferiore a un giallo. Uccisioni....avvelenamento....enigmi da risolvere......, personaggi che si aggirano nella notte incappucciati....: ribadisco il mio invito alla lettura.
Ma c'è anche tanta dolcezza nella vita quotidiana di alcuni personaggi, dolcezza nei volti (suggestione visiva data dalla bravura dell'autore) e nelle parole.
Come pure la tenerezza che aleggia invisibile quale bene trasmesso da alcuni dei personaggi attraverso le parole e le azioni di Eliside, di Isabella e Lucrezia e poi anche dalla stessa Corinda e Claretta.
C'è la bassezza umana nel magistrato don Costanzo, ma c'è anche la speranza perchè su tutto avrà vittoria la giustizia, sorella della bontà personificata da Sua Grazia.
E' un romanzo che io proporrei a tutti – nessuno escluso, e magari anche a un regista per un bel film - con un’attenzione particolare semmai alle scuole: perchè il romanzo aiuta a rilegge alcuni periodi della storia, delle tradizioni e del pensiero umano: dal Rinascimento (è l'età del cambiamento, un nuovo modo di concepire il mondo e se stessi. E' l'epoca in cui si sviluppano le idee di umanesimo, si afferma la dignità degli esseri umani), alla tradizione locale sulle leggende legate al Monte Sibilla.,....e il pensiero va a Antoine de la Sale (scrittore francese del '400 che perlustrò quei luoghi e ne realizzò una mappa). Ma il nome Sibilla è quello di una fata buona, veggente e incantatrice....può essere la signora del borgo. E Eliside (personaggio centrale dopo Giselle del romanzo), parlo del nome, richiama quello di Elisena nell'opera del trovatore toscano Andrea da Barberino: “Il Guerrin Meschino”.
E per il nome della protagonista Giselle, l'autore sembra aver giocato con il noto balletto tratto dal romanzo “De l'Allemagne” di Heinrich Heine, attratto dalla leggenda delle Villi (spiriti della tradizione slava) termine che ha radice slava, vila e che significa fata. Nulla è lasciato al caso dall’autore!!!
Il romanzo attraverso i personaggi diventa possibilità di riflessione sul percorso di crescita e di ricerca di senso, così come accade a Cecco, il fidanzato di Giselle (pag. 115): chi vogliamo essere? “...l'uomo in grado di determinare autonomamente le proprie scelte e forgiare così il proprio destino, oppure la copia sbiadita della personalità del padre e della madre insieme, perennemente e inconsapevolmente dipendente dagli schemi ereditati da loro”.
C'è l'animo umano messo a nudo - nel bene e nel male delle sue intenzioni -. C'è la malvagità dell'uomo (data dall'avidità, dal possesso, fino a spingerlo alla calunnia o all'istinto animalesco della violenza), mentre la malvagità della donna è descritta in termini di invidia o la gelosia verso la rivale, penso alla Gorgona.
Molto magnanime l'autore, molto buono, MOLTO dalla parte della donna!!! Quasi a descriverla vittima dei soprusi di un maschilismo che si è istituzionalizzato.
Gli uomini che incontrano Giselle, e non solo anche le donne, vengono trasformati. E' un incontro che segna. La donna può cambiare la vita di un uomo e lo fa nel bene.
E' il bene ricevuto che ci trasforma. Giselle afferma: “Talvolta la sofferenza è la via che la legge divina ci obbliga a percorrere per accelerare la nostra crescita, per il bene nostro e pro salute populi”. Un'affermazione che risuona in fra Anselmo da Sassoferrato come una vertigine: “D'un tratto tuto gli fu chiaro: il bene non era un concetto astratto e soprattutto non era fine a sé stesso. Il bene individuale acquistava un senso solo se posto al servizio di quello altrui...”.
Sullo sfondo anche Ficino e l'amore inteso come movimento circolare attraverso il quale Dio si disperde nel mondo a causa della sua bontà infinita, per poi produrre nuovamente negli uomini il desiderio di ricongiungersi a Lui.
Ma si può anche essere ciechi e ostinati, come don Costanzo...
Giselle dice a don Costanzo: “Tu, piuttosto, pensa a quanto miserabile è diventata la tua di vita! Ottenebrato dalla lussuria, ti sei ficcato in una strada miseranda e senza uscita...”.
Gli uomini del romanzo hanno imparato da una donna, hanno imparato a guardarsi dentro, a ritrovarsi, ad accogliersi. E' avvenuto un cambiamento.
                                           
                                              Maria De Carlo
                           giornalista de “Il Quotidiano della Basilicata”

lunedì 25 ottobre 2010

Un anno di blog

A fine settembre il nostro blog ha compiuto un anno di vita e devo dire che in fatto di vitalità forse non mi sarei aspettato tanto. Infatti, i riscontri sono andati ben al di là delle attese e qualche numero sarà assai più eloquente di quanto potrebbero esserlo le parole.
Diecimila contatti in un anno vuol dire una media di oltre trenta visite al giorno, con punte, talvolta, di oltre cento visite in un giorno.
Di là dal numero delle visite, sorprende invece il numero di interventi registrati: oltre mille (compresi i miei), perciò non meno di seicento commenti postati dai frequentatori di questo inusuale spazio di incontro.
Si sono registrati oltre cento nick name diversi, per altrettanti presumibili diversi visitatori. Quattro di loro sono rimasti anonimi. Alcuni visitatori sono intervenuti una sola volta o al più due (le meteore del blog) e altri invece si sono visti in modo saltuario. Vi sono anche state visite “a pacchetto”, con comportamento, mi verrebbe da dire, “quantistico”, nel senso che per un determinato visitatore si sono registrati diversi interventi in uno spazio di tempo ridotto e poi più nulla, oppure con ritorno mesi dopo e con modalità analoghe. In generale, ho notato che gli interventi a raffica seguono il primo a breve distanza di tempo, poi interviene l’assopimento, durante il quale non ho ancora capito se il visitatore si assenta soltanto dal commentare oppure dal blog a tutti gli effetti.
Infine vi sono gli “affezionati”, pochissimi devo dire, ma sono quelli che tengono in vita il blog. Veri e propri amici dal volto sconosciuto, coi quali e fra i quali si è intessuto un rapporto che travalica ampiamente i limiti del “virtuale”.
Tuttavia, al di là dei numeri, vi è un altro aspetto che ha costituito la vera sorpresa: la provenienza geografica dei collegamenti. Ecco di che si tratta.
A parte gli ovvi collegamenti dall’Italia e dai Paesi dell’UE (come Germania, Spagna, Regno Unito, Belgio, Austria, Slovacchia, Polonia, Paesi Bassi), risultano visite dall’Irlanda, dalla Svizzera, dagli Stati Uniti d’America, dall’Argentina, dal Brasile e perfino dalla Federazione Russa.
Dunque, se non temessi di peccare di presunzione, direi che il nostro è un blog planetario.
Che dire invece dei contenuti?
Su questi lascio a voi la parola. In fin dei conti siete stati voi con i vostri spunti a delinearne l’orientamento, che si è spinto ben oltre lo scopo iniziale di creare uno spazio circoscritto al romanzo, ai suoi personaggi e alle sue vicende. D’altra parte, il sottotitolo del blog parla di «Uno spazio interattivo per scambiare idee, riflessioni e commenti sui personaggi e i temi della narrazione. E non solo... ».
Ecco, dietro quel “non solo” ci poteva stare di tutto. E così è stato.

Buona frequentazione a tutti voi. Conto di rileggervi tutti e ancora per lungo tempo.

martedì 21 settembre 2010

Scrive una lettrice

« Oggetto: Il blog

Ciao Ennio,
ci ho provato ieri sera a leggere il blog. Sarò stata stanca ma ... ho fatto una fatica incredibile.
Trovo che sia tu che il prof, e qualcun altro che si affanna a starvi dietro, vi spingiate un po' oltre il comprensibile.
E' bello trovare un po' di cultura in un mondo sciatto, ma la cultura ha un senso quando arriva a tutti o quasi.
Trovo il tuo blog un po' troppo elitario e esclusivo.
Anche io, in troppi momenti, mi sento esclusa perchè mi perdo nel contorcimento dei vostri ragionamenti.
Ineccepibili .. credo. Ma troppo ricchi di citazioni non spiegate la cui comprensione è data per scontata ... per voi eruditi.
Ci trovo quasi un compiacimento di ciò e non riesco a attribuirtelo .. per come ti ho conosciuto e come continuo a conoscerti.
Il libro, sebbene ogni tanto rasenti lo stile soprascritto (lo sfiora senza perdersi in ragionamenti troppo articolati e ricchi di nozioni non propriamente popolari) è invece abbordabile dalla maggior parte della popolazione, è alla portata di molti.
Il blog è molto meno democratico.
Scusa se mi permetto quella che può sembrare una critica, ma è in realtà una supplichevole richiesta di scendere qualche gradino e avvicinare tutti coloro che, come me, hanno gradito il tuo libro.
Un altro "difetto": c'è un intreccio troppo caotico tra i vari post (ne ho letti quasi due: l'arazzo e l'ultimo). Rispondi in un post citando pensieri espressi nell'altro post (o in altri che non ho letto). Ti faccio un esempio pratico. Ad un certo punto rispondi al Prof. Cribbio! Non ero ubriaca! Rileggo perchè mi pareva di non aver trovato messaggi suoi in ciò che avevo già letto e in effetti non ce n'erano. Probabilmente ti riferivi a messaggi postati altrove.
A quel punto ho abbandonato .. frustrata.
Saranno i neuroni affaticati, sarà la mia scarsa capacità di concentrazione ma .. ieri sera ho fatto veramente fatica a seguirvi.
Ti ripeto .. è solo un'accorata richiesta di includere anche noi, lettori medi. Colpevoli, sì, di non aver studiato abbastanza, ma comunque aventi diritto a godere di pensieri che, scritti un po' meno aristocraticamente, potrebbero risultarci molto graditi.
Sogni d'oro, scrittore. Non ti offendere ... sono io che non sono all'altezza.
Ma mi pare carino chiederti di scendere per aiutarmi a salire. »

Mi è parso opportuno trascrivere per intero le considerazioni pervenute da una mia lettrice, oltre che frequentatrice del nostro blog. Credo che quanto espresso dia spunto per delle riflessioni doverose.
La parola a voi, amici. Io non mancherò di dire la mia, anzi, lo faccio subito.

martedì 14 settembre 2010

Maschile e Femminile: universi separati in casa?

Gli ultimi interessanti commenti postati da alcune amiche lettrici – e le repliche che vi hanno fatto seguito – hanno messo l’accento, con toni spesso “vivaci”, sulla dicotomia apparentemente non sanabile tra “femminile” e “maschile”. Problema antico, direte voi, e non nuovo neppure per il blog. In effetti basta percorrere all’indietro alcuni post per trovare sull’argomento interventi anche piuttosto pepati. Tuttavia, a guardar bene, si osserva che già da qualche tempo la questione pareva voler fare un salto di qualità, grazie soprattutto alle considerazioni sviluppate da alcuni fra i più assidui frequentatori di questo spazio virtuale. Ebbene, per quel che si è letto sinora, appare fin troppo evidente che la differenza fra maschile e femminile, così come è stata posta, non consiste solamente in una distinzione di genere ma si estende a due universi propriamente detti, ciascuno comprensivo di più dimensioni: quella biologica, psicologica, culturale e altre ancora…
Ma anche qui si tratta – ne convengo – di aspetti noti e arcinoti sui quali non varrebbe la pena spendere ancora tempo e parole. Se non fosse che, stando agli ultimi recentissimi post, tutti vergati da mano muliebre, l’universo femminile e quello maschile sarebbero condannati a restare separati senza speranza di ricongiungersi (prego qualche lettore usualmente avvezzo alle punzecchiatine sarcastiche di astenersi almeno in questo caso).
Dunque, due universi originati da una Madre comune – la Natura – conviventi nella medesima casa – anch’essa messa a disposizione da Madre natura – ma tra loro inconciliabili nella sostanza di fondo. Il contatto, laddove si pone, è puramente epidermico e si risolve nella tessitura delle relazioni sociali (spesso asimmetriche e di fatto non paritetiche), nei rapporti familiari (con posizione ancora diffusamente subordinata per la donna), nell’assolvimento della funzione riproduttrice (non suscettibile, questa, di essere usurpata) o di partner accessorio. Al di là di questo, la frattura tra i due mondi è e resta netta e incolmabile. Peggio, non vi è neppure modo da parte di uno dei due (quello maschile) di comprendere seppure solo per riflesso l’essenza dell’altro. Inutile, dunque, che l’uomo si affanni in un’impresa vana. Lo attende, inesorabile, l’insuccesso e ogni tentativo si dimostrerà per quello che è: uno slancio velleitario e basta. Questo nel migliore dei casi, quando cioè lo slancio faccia seguito a un impulso genuino a conoscere: a conoscere per amare con consapevolezza. Negli altri casi si tratterebbe di un ulteriore pretesto meschino per perseguire fini prevaricatori nei confronti della donna. Per “sostituirsi [a lei] anche nell’anima”, è stato scritto.

E allora? Allora partiamo dal romanzo.

Lo spirito e l’idea di fondo che animano “La Signora del borgo” non sono, né furono al momento della sua stesura, strumenti presi a prestito con l’intento di mettere a punto in maniera subdola e surrettizia una nuova prevaricazione nei confronti dell’universo femminile. Vi si dovrebbe invece cogliere tutta la genuinità della tensione verso una dimensione atavica e misteriosa, una dimensione guardata quasi con incanto, con pudore e rispetto – sì, rispetto – e come risposta al richiamo ancestrale cui neppure al maschile è dato sottrarsi. E questo sebbene da millenni e per millenni lo stesso maschile abbia fatto di tutto per tradire nel modo più vigliacco, infantile e folle quel richiamo che, in fondo, è il richiamo amorevole della Madre verso il figlio. Perciò, nessuna velleità di possesso. E neppure di un novello stupro, questa volta consumato sul piano e al riparo della libertà letteraria.
L’idea prima che ha gestito e partorito “La Signora del borgo” ha voluto animare sin dall’inizio anche le pagine di questo blog, per ripetere qui un tentativo che non fosse più solitario, circoscritto ai soli vagheggiamenti ideali dell’autore e alla curiosità di qualche improbabile lettore. Si è pensato che la stessa idea e lo stesso spirito potessero farsi qui condivisi e condivisibili, magari alimentando ulteriori riflessioni e proponendo altri punti di vista, primi fra tutti quelli delle auspicabili frequentatrici. In estrema sintesi, l’idea è la seguente: stimolare nel lettore una maggiore consapevolezza sul problema della dignità della donna. Problema purtroppo sempre attuale, come alcuni eventi ci ricordano quasi quotidianamente.
Un’azione, dunque, diretta ad entrambi i generi, senza distinzioni e senza pregiudizi di sorta. Un’azione modesta, senza eccessive pretese ma forte di un’altra consapevolezza, quella della realtà del mondo e della donna di oggi, così come della realtà storica che ha determinato le aberrazioni prospettiche passate e attuali.
Nondimeno, so anche che il mondo reale si trasforma per effetto delle idee, anche se le idee richiedono tempo, molto tempo prima che producano un qualche risultato visibile.
Questo era il programma minimo.
I fatti poi hanno sopravanzato di molto le aspettative e si sono toccati aspetti forse inconsueti del problema. E guarda caso è proprio su quelli che le donne hanno fatto sentire la propria voce.
Personalmente, non mi interessa catalogare il background socio-culturale sul quale si proiettano alcune delle prese di posizione espresse. Credo sia più accattivante il termine vero della questione emersa: il cosmo femminile è davvero precluso all’uomo? Se sì, perché? Se no, in quali termini e a quali condizioni può dischiudersi alla sua comprensione? E con quali conseguenze, se ve ne sono, per l’ulteriore evoluzione di lui e dell’umana specie?
L’antico aforisma secondo il quale l’Uno è in Tutto e Tutto è nell’Uno o è vero oppure non lo è. Ma se è vero, come è possibile che l’Uno sia in Tutto tranne che per una parte, quella maschile?
Lo sdoppiamento dell’incanto deve essersi imposto a un certo punto sul piano della manifestazione per necessità. Purtroppo, immagino che il risultato della divisione primigenia si sia propagato come istinto di separazione proprio nella parte che è venuta dopo, quella maschile, fino a caratterizzarla come tratto antropologico distintivo. Non a caso la rappresentazione collettiva del divino ha assunto nel tempo, in un secondo tempo, morfologia maschile, prima che il divino medesimo venisse separato dal tutto, ossia dalla Natura Naturante, per essere quindi relegato nel metafisico come realtà ontologica a sé stante. Fatto, questo, davvero significativo e che la dice fin troppo lunga.
O no?

sabato 10 luglio 2010

Un arazzo intrecciato sul filo del mito

A proposito di arazzi, oltre a quello citato dall'amico Il Rosso, vorrei portare all’attenzione degli amici del blog un altro e più antico esemplare di simili artistici manufatti, esemplare del quale si trova traccia nel corso del XV secolo grazie a un personaggio che “La Signora del borgo” menziona di sfuggita nelle primissime pagine. Il personaggio in questione è il Cavaliere Antoine de La Sale il quale, il 18 maggio del 1420, effettuò un’escursione sui Monti Sibillini, spingendosi sin nella grotta dove la leggenda voleva dimorasse la Sibilla Appenninica, la Domina, regina e protettrice della fate del luogo e dispensatrice di arcaiche conoscenze, legate in specie alle virtù medicamentose e terapeutiche delle erbe.
Antoine de La Sale pare abbia compiuto il viaggio nelle italiche contrade per dare seguito alle volontà espresse dalla duchessa di Bourbon, desiderosa di apprendere dalle voci popolari qualche notizia in più sulla misteriosa Sibilla e verificare inoltre che i monti del luogo, circostanti il Lago di Pilato, fossero quelli rappresentati nell’arazzo in suo possesso. In effetti l’arazzo riproduce, sebbene in modo stilizzato, il profilo caratteristico del Monte Sibilla e quello del Monte Vettore che si oppone al primo.
Ora, che il disegno di un arazzo abbia suscitato di per sé una tale curiosità nell’animo della duchessa Agnese di Bourbon, sino al punto di spingere il buon de La Sale ad avventurarsi in un viaggio lungo e dall’esito incerto, suona ben strano. A meno che non si dia credito all’ipotesi che l’eco della Sibilla Appenninica e l’alone di mistero che ne circondava l’icona avessero all’epoca assai più risonanza di quanto non si sia disposti a concedere oggi.
Tutto lascia perciò pensare che il fascino di un Femminino arcaico non si sia mai spento del tutto nel fluire del tempo e forse non è un caso che gli antichi alchimisti attribuissero alla loro enigmatica scienza l’attributo di Dama per eccellenza. Sarà anche per questo che, sempre secondo la leggenda, gli alchimisti portavano a consacrare i loro testi sulle rive del lago di Pilato perché, propizi il cielo stellato e la magica influenza della Signora, gli stessi testi dischiudessero i lucchetti che ne serravano i segreti e rivelassero ai loro possessori gli arcani di una Scienza altrimenti impenetrabile.
Fascino e magia di un tempo che fu.
Oggi l’essere umano è troppo distratto e troppo emancipato per prestar fede al mito e per dedicare un frammento della propria attenzione a testimonianze giudicate, forse con eccessiva disinvoltura, residui infantili di una umanità credulona.

lunedì 24 maggio 2010

Scrivere per vivere o vivere per scrivere?

Tempo fa, quando ancora non avevo raggiunto il pieno della maturità (ero suppergiù intorno alla trentina), fu mio ospite un amico di parecchio più avanti di me negli anni. Il personaggio in questione dipingeva da una vita ed era anche piuttosto affermato; e infatti alcune sue tele già occupavano le sale di musei famosi nel mondo. Orbene, nella mia ingenua spontaneità, commisi l’imprudenza di appellarlo “pittore”. Lui se ne ebbe non poco (tra l’altro era terribilmente permaloso) e non perse un istante a farmi notare quanto il termine fosse inappropriato.
– Sono un artista – osservò piccato – non un pittore. Ma forse tu non conosci la differenza che esiste tra un pittore e un artista. Devi sapere – proseguì con aria da docente forzato dalle circostanze a spiegare una cosa giudicata di universale notorietà – che un pittore dipinge quel che vende, mentre un artista vende quel che dipinge.
A distanza di anni il problema mi si ripropone, sebbene in termini differenti.
Parafrasando il mio lontano ospite, potrei dire che, analogamente, vi è differenza tra un pennaiolo e uno scrittore, nel senso che il pennaiolo scrive i romanzi che vende, mentre uno scrittore vende i romanzi che scrive. Spingendo più in là la differenza, si potrebbe ancora dire che il pennaiolo scrive per vivere e lo scrittore vive per scrivere.
E chi non appartenesse né all’una né all’altra categoria?
Il sottoscritto, ad esempio, non scrive per vivere (per mia fortuna) e neppure vive per scrivere (sempre per mia fortuna, la vita si è consolidata intorno a un asse portante che basta da sé per riempirla di significato). E difatti non amo definirmi scrittore; piuttosto, preferirei parlare di me come di un veicolo di idee e sensazioni che si esprimono attraverso vicende narrate.
Scrivo per dare corpo alle idee e alle sensazioni che mi attraversano quando immagino vicende, personaggi, scene, dialoghi.
Tutto qui.
E voi? Voi che leggete, cosa pensate?